“Un domani, i nostri figli non avranno nulla!” Grida la madre straziata, con la bava alla bocca. Entra in sala il console svizzero, le si avvicina e poggiandole una mano sulla spalla, dice: “Benedetta ragazza, ma certo che i suoi figli non avranno nulla.” Poi, avvicinando leggermente il volto alla faccia sconvolta di lei: “I vostri figli non avranno bisogno di avere nulla, questo è il punto. Vedrà, vedrà, non si agiti.” E se ne va, lasciandola mentecatta in mezzo al salone.
La brutta notizia è che tutto è perduto, tutto! E già da qualche decennio, ormai.
La bella notizia è che nessuno sembra interessato a farvelo sapere come piacerebbe a voi: scordatevi che qualcuno ve lo dica nero su bianco, con tanto di cartelli e istruzioni per l'uso.
(Morale: è bene accettare la sconfitta, e ripartire da questo, soprattutto: da soli, soli come un cane. Su, non è poi così malaccio, vedrete!)
Ogni tanto schiaffeggio la mia gattina. O le do calci. Facciamo la lotta e vinco io. Cerco di farle male per interrompere in lei quella umana abitudine di comunicare solo attraverso carezze e carinerie, soffocando ogni possibile manifestazione di male assoluto e dolore reale che abitano la natura. Nel pestarla, io stabilisco un valore al mio amore, do un senso a un'esistenza felina mortificata dalla cattività, fatta di cibo garantito e comfort imposti senza motivo. Ciclicamente mazziata, la gatta saprà riconoscere in me non l’umano carceriere che la tratta come un pelouche, bensì l’animale che come la mano di Mario Brega po’ esse fero e po’ esse piuma, mai fidarsi, la natura è imprevedibile. Le avessi ricevute io quelle botte! Le ricevessi! Ma non pretendo gratitudine da un animale, quella la esigo solo dagli umani cui infliggo dolore altrettanto coscienziosamente, altrettanto a gratis. Dopo favori del genere, mi dico sempre, è il minimo.
Devi scegliere tra lo stesso, il ritualizzato o il replicante (P. K. Dick, per noi ‘alternativi’). Non vale scegliere furberie come il nulla o il vuoto (Sartre, in salsina orientale). Puoi astenerti, questo sì (Bartleby by Melville, che assieme a Carver fa tanto giovane che segue il corso di scrittura creativa). Un premio comunque è assicurato, si vince sempre (un tocco di porno oramai non si nega più a nessuno) ma non si sa quando si è vinto esattamente né per quale motivo (Sciascia?). In ogni caso, giocando di continuo (una spruzzata di Borges, che ci sta sempre) ci si dimentica che si è lì per vincere (Kafka, evergreen).
SEDERE AL POTERE
Tra la destra e la sinistra di ogni corpo istituzionale compare sempre un culo formato da natiche somiglianti, forse troppo. La mano destra lo carezza adorante, la sinistra lo ripara dalla vista di chicchessia; leccaculi e paraculi, va da sé, i rispettivi elettorati di riferimento.
Nel treno cittadino sottoterra si compie l'anabasi cotidiana. Persone silenziose e il più possibile composte assorbono le urla del tunnel. Mi faccio compagnia con la solitudine degli altri, nessuno è mio fratello, siamo figli di una madre distratta che ci pose dentro il mondo a quel modo e per stesse ore rituali. Riemersi in superficie ci disperdiamo ed io so bene di non stare tornando alla madre. L' ho abbandonata anche oggi nella terra dove i maestri mi indicarono di lasciarla.
- Hai visto la crisi?
- Minchia la crisi l’ho vista passare prima qui con la Sabbri.
- Quando?
- Poco fa, è appena passata.
- Ah, bella.
- Ciao, sì.
Paghiamo le rincorse sbagliate dei nostri nonni, i sacrifici inutili dei loro padri e di chi li ha comandati. Cari avi, li mortacci nostri, solo per dirvi che avete toppato; cari ragazzi del ’99 "Fiume o morte", cari figli della lupa "dio patria famiglia", cari figli del boom "vogliamo tutto", caro Occidente moderno, caro Novecento, tutto questo casino per ridurci così, tutta questa Storia nei sussidiari di scuola dell’obbligo per un panino così?
TRE CELEBRAZIONI - CELEBRAZIONE DEL TRE
La classe dirigente di turno si celebra ciclicamente negli anniversari che ci impone. Noi la seguiamo pagandola, andiamo alle sue feste, addirittura le affidiamo cose come fede, coscienza, tempo, qualunque cosa queste tre parole vogliano dire. Quando, negli anni ’60, erano al potere i quarantenni che nel (solo) 43-45 “combatterono contro il nazifascismo”, tutti a celebrare i partigiani, alé, in piazza!
Quando negli anni ’80 fu il turno dei quarantenni che a vent’anni “avevano fatto il ‘68”, ecco mitizzata la contestazione a suon di fascicoletti allegati ai quotidiani (scusi, ce l’ha ancora l’inserto speciale sul ’68?/ Finito./ Ah.)
Ora, negli anni zero, la classe dirigente-digerente ha due teste mangianti: da una parte continua a celebrare il sessantotto (fenomeno del ‘mai morti’: sono ancora loro, i quarantenni degli anni ’80, ancora tra le palle a suon di viagra, sbotulino e nuovi fascicoli per i 700 anni del ’68) dall’altra parte ci sono i quarantenni di oggi, quelli che vent’anni fa erano paninari, bocconiani, yuppies: con loro assistiamo alla prima autocelebrazione di una generazione celebrolesa sin dalla nascita da mass-media, eccessiva ricchezza e consumismo. E che ti fanno questi nei vari posti di minkiapotere? Fanno generalemente tre cose: ti organizzano la festa ‘Dancing in the Eighties’, ti parlano di ‘una sinistra da rifondare per far ripartire la crescita economica’, ti licenziano. Tre, due, uno.